Fuori dalla comfort zone

Fuori dalla nostra comfort zone

Si parla spesso di comfort zone, ma che cos’è? E’ uno stato psicologico per il quale rimanere a contatto con persone, cose e ambienti familiari ci preserva da ansie, stress e paure.

Dopo questa baggianata di definizione, come se fosse possibile vivere in una bolla incantata nell’era della globalizzazione e dei social network, vi spiego come abbiamo fatto ad uscire da questa fantomatica comfort zone e a cambiare vita. Chiunque può farlo. Ecco la nostra esperienza…

La nostra comfort zone

Innanzitutto, la comfort zone assume sfaccettature differenti a seconda delle esperienze di vita vissute e dove si vive. Noi abitavano nel centro Italia, una zona tranquilla per eccellenza, le Marche: piccola -media impresa che arranca, ma tutto sommato i soldi fatti negli anni 80-90 ancora bastano. Tutti se la cavano più o meno bene, la regione non è indebitata e le famiglie vivono in un territorio che nel tempo è stato preservato e amato. Noi vivevamo al mare, a Senigallia, in un piccolo quartiere dove i bambini giocano ancora per strada…Leone si sarebbe divertito molto in quel contesto.

Da poco avevamo risistemato con le nostre forze e poche finanze la casa che per noi sembrava una reggia: avevamo persino costruito i mobili del giardino con i classici bancali di legno e ricoperto tutto con l’erba finta (viva la natura!). Eppure qualcosa non andava, era una comfort zone stretta ed è bastato uno spiraglio di luce per farci scorgere che, al di là di questa vita perfetta, c’erano un mare di possibilità inesplorate, un futuro diverso per Leone e tanto altro da fare. Non so dirvi qual è stato il momento esatto in cui abbiamo deciso, da anni pensavamo di andare all’estero ma il pensiero non si era mai concretizzato. Puntualmente però, quando si arriva ad un elemento di rottura, si ha la forza per cambiare tutto. Il nostro break event point (in positivo) è stato Leone, uno squarcio di futuro nelle nostre vite e la domanda: ” – Ma lo vogliamo far crescere qui nostro figlio?” La risposta è stata NO. No, perché vogliamo farlo crescere in un clima internazionale e multiculturale, poi se la vedrà lui.

La scelta della nuova città

E così mese dopo mese eravamo sempre più decisi, ma ci mancava il luogo. Parigi? Londra? Berlino? Immense, sterminate, costose per un affitto di una casa in tre. Qualche città sperduta della Francia? Scozia? Spagna? No, avevamo già passato in rassegna le papabili alternative, poi la svolta. Una nostra amica, una sera di giugno 2018 viene a casa e ci racconta di Anversa, di come si vive nella città dei pregi e dei difetti…Ieri ho riletto le email che ci mandava a luglio dello scorso anno ed ho rivisto le immagini di luoghi a noi adesso familiari. Un’emozione ci ha assaliti…Si avevamo trovato la città. Un mese dopo, esattamente ad agosto dello scorso anno abbiamo visitato Anversa per la prima volta e incontrato qualche italiano che viveva già qui. Dubbi dissipati. Il tempo di tornare al lavoro, comunicare la decisione e cominciare a fare i pacchi che già eravamo nel vortice.

La decisione finale

La decisione di uscire dalla comfort zone è arrivata proprio quando eravamo con il culo per terra. Matteo era in cassa integrazione e di lì a breve avrebbe terminato il suo contratto, io ero in maternità facoltativa da COCOCO, prendevo una miseria. Il nostro treno per il futuro era nascosto tra mille da difficoltà, l’abbiamo saputo intercettare. Ognuno si costruisce i propri alibi per cambiare vita, la nostra è stata una scelta di libertà. Avevamo bisogno di aria nuova per noi e per nostro figlio. Avevamo bisogno di rimetterci in gioco. Stavamo bene a Senigallia, ma essere comodi non significa essere soddisfatti. Non è stata una decisione lunga e sofferta, piuttosto veloce e maturata negli anni. ma di questo ce ne siamo resi conto adesso che è passato quasi un anno.

La nuova vita

Non credete che sia tutto facile, abbiamo dovuto far collimare un sacco di cose e ci sono stati molti imprevisti che racconteremo nel blog. Per affrontare un cambio come abbiamo fatto noi bisogna essere veloci a ricalcolare la traiettoria, avere un piano B e C, sapere almeno altre due lingue (questo aiuta enormemente, ma si può fare anche senza se lo si vuole), essere capaci di attende, essere intuitivi. Piccole doti che si affinano strada facendo, a seconda delle esperienze che capitano. La nostra vita ora è diversa, io parlo 4 lingue durante il giorno, Leone non parla ma ne capisce due (forse tre), Matteo ed io ci diamo da fare su differenti campi, dandoci il cambio. Ci sono giornate buone e giornate dove tutto sembra caderci addosso, ma quando riguardiamo questa foto in bianco e nero che abbiamo scattato prima di partire per Anversa, pensiamo: “Si, abbiamo fatto bene”.

Spero che parlare della nostra avventura possa dare speranza a quanti pensano di non avere il coraggio di uscire dalla comfort zone come abbiamo fatto noi. Ci è mancata la terra sotto i piedi quando l’aereo senza biglietto di ritorno è decollato, ma ora siamo qui e, per il momento, ce l’abbiamo fatta.

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